mercoledì 6 luglio 2016

INTERVISTA A RITA CARLA FRANCESCA MONTICELLI

Abbiamo il piacere di ospitare la scrittrice Rita Carla Francesca Monticelli.
 

Benvenuta Rita, è davvero un piacere poter chiacchierare con te e parlare di cose che sicuramente interesseranno i nostri lettori. Sei la regina dei self publisher, migliaia di ebook venduti, un contratto con AmazonCrossing e il lancio sul mercato anglofono.  Insomma stai ottenendo grandi risultati che molti self solo si sognano. In quanta parte è fortuna e in quanto duro lavoro?

Ciao Shanmei! Grazie a te per l’invito. :)
Il duro lavoro è sicuramente alla base di tutto. Senza di esso non sarei riuscita a innescare e alimentare la catena di eventi che mi ha portato a questo risultato, ma è anche vero che la fortuna ha avuto il suo bel peso. Credo che la fortuna maggiore sia stata quella di pubblicare i miei primi libri nel momento in cui iniziava a svilupparsi l’autoeditoria in Italia. L’essere stata un pioniere in un nuovo mercato mi ha permesso di raggiungere più facilmente (si fa per dire) la popolarità, poiché mi sono trovata tra quei pochi in grado di offrire qualcosa che rispondeva alla domanda dei lettori in quel determinato periodo. In generale, finora, ho avuto un buon tempismo e questo mi ha aiutato parecchio a raggiungere certi risultati. Ma, se a questo non si fosse aggiunto un costante lavoro, dubito che sarei riuscita a sfruttarlo appieno, anzi, ho l’impressione di non fare mai abbastanza.

Parlaci di te, raccontaci il tuo percorso di studi. Hai seguito corsi di scrittura creativa?

Ho una preparazione scientifica. Sono biologa e per diversi anni ho lavorato come ricercatrice, assistente e tutor nel campo dell’ecologia presso l’Università degli Studi di Cagliari. Non ho mai seguito corsi di scrittura creativa, ma ho studiato ugualmente sia su testi che trattano questo argomento sia attraverso la costante analisi dei libri che leggo. L’ho fatto più recentemente (a partire dal 2009), quando ho deciso di impegnarmi seriamente nella scrittura, considerandola per quello che è: un mestiere. Trattarla come un hobby mi spingeva a procrastinare, poiché non me la faceva percepire come importante.
Ho la fortuna (anche in questo caso devo proprio dirlo) di essere dotata di una fervida immaginazione cui si aggiunge un innato amore per la lingua italiana, e in generale una particolare predisposizione per le lingue. Infatti, sono una traduttrice freelance sia tecnico-scientifica che letteraria (sono titolare di una ditta individuale che si occupa di servizi di traduzione), anche se da qualche anno mi occupo solo marginalmente di traduzioni. Il self-publishing si porta via quasi tutto il mio tempo.

Sono passati trent'anni dalla missione di esplorazione di Marte Hera, il cui equipaggio è morto in circostanze misteriose. Tale fallimento e tutte le problematiche politiche da esso generate hanno rallentato la NASA nella sua corsa alla conquista dello spazio, ma adesso i tempi sono maturi per una nuova missione chiamata Isis. Stavolta i cinque astronauti selezionati non viaggeranno per oltre quattrocento milioni di chilometri solo per una breve visita, ma saranno destinati a diventare i primi colonizzatori del pianeta rosso.

Tra di loro c'è l'esobiologa svedese Anna Persson, approdata a questa avventura nella speranza di iniziare una nuova vita lontana dalla Terra.
Marte avrà però in serbo per lei un'incredibile scoperta, chiave di un mistero nascosto nelle profondità di Valles Marineris.


 
Facci una panoramica della tua carriera letteraria. Come hai iniziato, come hai accresciuto il numero dei tuoi lettori, di che tipo di promozione ti sei avvalsa?

Ho pubblicato il primo libro nel 2012, ma già da due anni prima avevo iniziato a studiare il mercato editoriale italiano e in particolare il crescente fenomeno del self-publishing, che però non era ancora approdato veramente in Italia. Nel frattempo scrivevo il mio primo romanzo originale, che poi è diventato il mio settimo titolo pubblicato, e curavo il mio blog personale, che esisteva già dal 2006, dandogli un taglio più legato alla narrativa.
Quando Amazon KDP è arrivato in Italia, alla fine del 2011, stavo per completare la prima stesura di quel romanzo e iniziava a frullarmi in testa l’idea di una storia ambientata su Marte, ispirata dal lancio del rover Curiosity avvenuto nel novembre di quell’anno, che mi ha spinto a leggere diversi libri di Robert Zubrin sull’esplorazione e futura colonizzazione del pianeta rosso.
Nel gennaio 2012 ho scritto la prima stesura di una novella, intitolata “Deserto rosso - Punto di non ritorno”, che poi sarebbe stata solo il primo libro di una quadrilogia (gli altri tre sono dei romanzi), e mentre lavoravo all’editing (nel contempo studiavo per migliorare le mie competenze in questo campo) ho cercato di iniziare ad attirare l’attenzione della mia piccola readership del blog, offrendo una vecchia fan fiction riveduta e corretta in formato ebook (“La morte è soltanto il principio”, che è una fan fiction del primo film de “La Mummia”, versione del 1999) e preparandola a quella che sarebbe la serie marziana.
L’elemento fondamentale che ha portato poi al successo della serie di “Deserto rosso” è stata proprio la serialità. Credo di essere stata la prima in Italia a pubblicare una serie a puntate (cioè in cui ogni libro che terminava con un cliffhanger) di fantascienza in formato ebook. Ciò ha attirato i lettori di questo genere, che mi hanno premiato acquistando il primo libro e recensendolo positivamente. Sono riuscita in questo modo a creare un’atmosfera di aspettativa nei confronti dei libri successivi, utilizzando perlopiù Facebook (e il mio blog) come strumento di interazione.
Altro aspetto importante è stato l’appoggio del podcast di fantascienza FantascientifiCast. Subito dopo aver pubblicato il primo libro, ho cercato di andare dove si trovava il target dei miei lettori e ciò mi ha fatto approdare al sito di questo podcast. Quando ho contattato uno dei creatori, Omar Serafini, mi sono sentita dire che aveva già acquistato il libro! Da lì è nata una collaborazione (faccio ufficialmente parte dell’equipaggio di FantascientifiCast da allora) e una grande amicizia, che sono stato i primi di una serie di eventi che hanno accresciuto la mia popolarità e che, fra le altre cose, mi hanno portato a essere notata da Wired Magazine, proprio grazie alle segnalazioni dei miei lettori.
Da lì si è poi innescata una reazione a catena con la partecipazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, alla Frankfurter Buchmesse, col contratto per la concessione dei diritti di traduzione in inglese de “Il mentore” ad AmazonCrossing, che mi ha poi portato più recentemente alla prima posizione sul Kindle Store in USA, Regno Unito e Australia (lo ero già stata un anno prima in Italia con “Deserto rosso”), con le varie conferenze e persino con l’opportunità di tenere un corso di self-publishing a Varese presso l’Università degli Studi dell’Insubria.
Ma questo meccanismo si sarebbe presto bloccato se avessi smesso di lavorare a nuovi libri e pubblicarli. Finora ho pubblicato almeno due libri l’anno e spero di poter continuare con questa media ancora per un po’. Avere un lungo catalogo che continua a crescere permette di mostrare al pubblico che non si è soltanto un fenomeno del momento, ma che si sta portando avanti un progetto a lungo termine.

Questa è una domanda un po’ personale, ma quello che mi interessa non è farti i conti in tasca ma chiederti proprio come si svolgono le cose da un punto di vista tecnico. Per amministrare i tuoi guadagni ti avvali di un commercialista? Paghi molte tasse sulle royalties? È facile districarsi tra burocrazia e creatività? Sulla tua carta di identità hai la denominazione scrittore?

Ho una commercialista, perché sono titolare di partita IVA con la mia ditta individuale, quindi sono costretta ad averne una. Ma, per quanto riguarda la parte delle royalty, la mia commercialista si limita a riportare la cifra totale nella dichiarazione dei redditi. Io mi occupo di tutto il resto, che è comunque molto semplice, consiste cioè nell’archiviare le copie dei pagamenti (essenzialmente i documenti relativi ai singoli bonifici ricevuti nell’anno solare) e poi fare le somme, magari un due o tre volte per essere sicura di non sbagliare. :)
Le tasse sulle royalty, se non erro, partono dal 20%, ma possono aumentare in base all’imponibile totale della persona in questione. Questi calcoli spettano alla mia commercialista.
Nella mia carta d’identità c’è scritto un molto generico “libero professionista”, anche se fiscalmente sono considerata un artigiano, ma nell’uso comune questo termine viene in genere affiancato a un altro genere di professioni. L’ultima volta che l’ho rinnovata è stato prima che il self-publishing diventasse la mia prima fonte di reddito. In questo momento non indicherei “scrittore” nella mia carta d’identità, poiché è una definizione riduttiva e rappresenta solo una parte del mio lavoro. Se dovessi rinnovare a breve la carta d’identità (ma in realtà mancano ancora molti anni), credo proprio che ci scriverei “autoeditore”.

Il self-publishing è una attività relativamente recente, esplosa con Amazon che ha dato la possibilità ad autori esordienti o semiesordienti di confrontarsi con un mercato ipoteticamente sconfinato. Un’occasione anche solo una decina d’anni fa impensabile. Cosa funziona e cosa no? Cosa può essere ancora migliorato?

Il self-publishing in sé funziona, come qualsiasi altro formato editoriale. Ciò che può non “funzionare” è la persona che cerca di diventare un autoeditore senza averne le competenze. Il problema maggiore della cattiva editoria, tutta, non solo quella che interessa il self-publishing, è la carenza di professionalità e la scarsa tendenza a impegnarsi nel proprio miglioramento personale. Essere un self-publisher significa essere prima di tutto un editore (publisher), quindi chiunque voglia pubblicare i proprio libri in questo modo deve capire che non è affatto facile, anzi, è la strada più difficile, poiché si tratta di attività imprenditoriale, poiché crea dei prodotti che la gente paga per poterne fruire. E i lettori sono dei clienti molto esigenti. Anche se uno lo fa come hobby, il self-publishing è un lavoro vero e proprio.
Quindi non è il self-publishing che ha bisogno di essere migliorato, ma sono i self-publisher che devono puntare al proprio miglioramento, iniziando col cambiare la propria mentalità e il proprio approccio a questo mestiere, anche se lo fanno solo come hobby.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

È compito dell’autore indipendente individuare il proprio target e andare a cercarlo laddove si trova (virtualmente parlando). Qualsiasi sito specializzato (che sia un forum, blog, podcast, magazine, ecc…) nel genere del proprio target è il luogo dove si possono incontrare i propri potenziali lettori. Ma nella marea di siti esistenti c’è tanta dispersione. Davvero pochi riescono a fare la differenza in fatto di vendite. È vero che apparire in più siti possibili è sicuramente positivo, ma implica un dispendio di tempo enorme. Bisogna avere l’accortezza di scegliere quelli giusti. In ogni caso non si può assolutamente basare la proprio attività promozionale su siti di terzi. Bisogna creare nei propri canali (blog e social) l’ambiente ideale per attrarre i lettori e fidelizzarli, in modo che si inneschi l’elemento più importante nella promozione di un autore indipendente: il passaparola.

Su Amazon vendono tanto gli autori che si orientano in un tipo di narrativa per adulti, con copertine suggestive, contenuti anche sessualmente espliciti. Tu invece ti occupi di fantascienza e di thriller, e nonostante questo hai avuto successo. Perché non hai scelto la strada più facile? Cosa pensi dei colleghi che seguono le mode prima che una reale propensione personale ai generi?

Questa domanda mi fa sorridere. :)
Credo che la strada più facile per un autore sia sempre e soltanto quella di scrivere nel genere in cui si sente a proprio agio. Scrivere talvolta è una vera e propria sofferenza, chi me lo farebbe fare se dovessi soffrire per scrivere un libro che non rientra nei miei gusti, ma solo perché è di moda? Non credo proprio che ci riuscirei, altro che strada più facile! E penso, in tutta onestà, che chi scrive narrativa per adulti lo faccia perché è un genere che ama, sia leggere che scrivere.
Ma, d’altronde, io ho avuto successo all’estero con un thriller e il thriller è uno dei generi più letti al mondo, eppure non scrivo thriller per avere successo, ma solo perché mi piace farlo.
E, a dirla tutta, la mia popolarità in Italia nell’ambito della fantascienza è dovuta al fatto che ho iniziato a pubblicare un genere che veniva in gran parte snobbato dall’editoria tradizionale e quindi sono andata a offrire un prodotto a un gruppo di lettori che lo cercava attivamente. Ma io ho scritto fantascienza solo perché mi piace farlo, non perché pensavo di attirare quel gruppo di lettori, altrimenti non ci sarei riuscita affatto.
È semplicemente una fortuna che i miei gusti, tutt’altro che mainstream, siano andati a combaciare con una determinata richiesta del mercato in quel particolare momento.
Non credo che si abbia molta scelta in questo senso. La creatività non è un elemento controllabile o almeno non lo è in gran parte.


As Scotland Yard chief forensics detective Eric Shaw works a case with some resemblance to a crime he investigated twenty years earlier, he is convinced it is just a coincidence. But when more deaths occur in a style similar to those killings from the past, Shaw suspects that he has a serial killer on his hands—one who is pursuing a personal, cold-blooded vendetta.
Working closely with his protégée, Detective Miriam Leroux, Shaw analyzes the crimes down to the finest detail. He finds himself increasingly drawn to the lab, where criminologist Adele Pennington, a beautiful, enigmatic woman more than two decades his junior, proves distracting. Determined to maintain his professionalism despite the attraction, Shaw struggles to keep her at arm’s length. Yet Pennington’s unique insight proves critical, and as the investigation develops, so does their personal connection. With a killer on the loose, Shaw must follow a winding, blood-soaked trail that will take him in an unexpected and terrifying direction.


Che rapporti hai con i tuoi lettori? Li incontri alle Fiere, alle presentazioni? Mantieni contatti via mail o per lettera?

I miei lettori li ho principalmente conosciuti tramite la rete ed è lì che continuo a incontrarli, su Facebook, tramite e-mail, sul mio blog, su Twitter, ecc… Talvolta è capitato che qualche lettore sia venuto a incontrarmi durante un evento offline, ma sono casi rari. La loro distribuzione geografica casuale rende una cosa del genere abbastanza difficile. Molti lettori, poi, vivono all’estero.
Gli eventi offline, però, possono essere una buona occasione per conoscere potenziali nuovi lettori.

Quali sono le doti che deve possedere un autore indie? Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Come dicevo sopra, l’autore indipendente è di fatto un imprenditore, un lavoratore autonomo, quindi deve possedere soprattutto disciplina e desiderio di migliorarsi, di imparare, di acquisire professionalità. La disciplina, in particolare, è molto difficile da conservare, perché gli elementi di distrazione sono tantissimi e la voglia di procrastinare per un mestiere che genera risultati a lungo termine è sempre dietro l’angolo.
Le critiche ho imparato a ignorarle. All’inizio mi davano un po’ fastidio (okay, più di un po’ e non è che ora le apprezzi), perché non ero abituata ad affrontarle. Adesso diciamo che ci ho fatto il callo. Ho semplicemente smesso di farmi influenzare, perché non è sano lasciare a degli sconosciuti il potere di decidere il tuo valore. La gente esprime delle opinioni che sono vere per loro e possono essere completamente false per altri. Preferisco concentrarmi sulla critica positiva costruttiva, cioè su quel tipo di feedback particolareggiato che ricevo dalle persone che apprezzano le mie opere. Lo faccio perché loro sono il mio pubblico, il mio target, e in questo modo riesco a capire meglio i punti di forza dei miei libri e cosa ha presa su i miei lettori.
D’altronde, non si può piacere a tutti, quindi tanto vale concentrarsi su coloro che hanno un modo di sentire simile al mio. Io scrivo i libri che io stessa vorrei leggere, quindi di fatto io scrivo per loro, non per tutti.
Come tutti, anche io ho dei momenti di scoraggiamento, ma non verso quello che faccio. Non credo che potrei mai smettere del tutto di scrivere o pubblicare (oddio, mai dire mai, ma di certo non lo farei perché scoraggiata). Piuttosto ciò che ha un impatto negativo sul mio umore sono gli aspetti su cui non posso avere alcun controllo. Insomma, quando la sfortuna ci vede bene e certi progetti non vanno in porto è normale che emerga un certo senso di scoramento cui si aggiunge la voglia di non fare nulla (e in tal caso aver preso degli impegni che non si possono rimandare è un toccasana per uscirne). Ma spesso è proprio quando ciò accade che mi ritrovo a recuperare le forze e ideare nuove strategie.
Forse non è un male che ogni tanto qualcosa non vada per il verso giusto, perché altrimenti finirei per adagiarmi e ciò potrebbe avere degli effetti negativi sul mio lavoro a lungo termine.

Mentre indaga sull’omicidio di due pregiudicati collegati a un noto trafficante di droga londinese, resosi protagonista di una spettacolare evasione dal cellulare che lo stava riportando al penitenziario di Coldingley dopo un’udienza in tribunale, la squadra scientifica di Scotland Yard diretta dal detective Eric Shaw si ritrova coinvolta nel caso di un’infermiera che accusa una madre di essere responsabile di una serie di violenti episodi febbrili che hanno colpito suo figlio Jimmy, di soli dieci anni. Quest’ultima si accanirebbe sul proprio bambino, peggiorandone le condizioni di salute, per attirare su di sé l’attenzione e la compassione del personale sanitario.
Eric ne viene a conoscenza casualmente, poiché la pediatra che ha in cura il piccolo paziente, Catherine Foulger, è una sua vecchia fiamma, che il detective ha ripreso a frequentare di recente nella speranza di rimettere ordine nella propria vita dopo aver scoperto l’identità del serial killer denominato ‘morte nera’.
Ma la sua ex-compagna Adele Pennington, criminologa del Laboratorio di Scienze Forensi, non ha affatto accettato di buon grado questa nuova relazione.

Deserto rosso è forse il tuo titolo più famoso, ma hai nella tua produzione anche titoli thriller. Sindrome è la tua nuova uscita. Ce ne vuoi parlare? Che impegno ti richiede scrivere un thriller procedurale?

La serie di “Deserto rosso” (sia i singoli libri che la raccolta) è sicuramente il mio maggiore successo in Italia. Lo dicono i numeri. A essa appartengono finora circa il 70% delle copie vendute nel nostro Paese. Ma anche “Il mentore” non era andato tanto male a suo tempo (nel 2014), tanto che le ottime vendite avevano portato l’interessamento di AmazonCrossing che ha voluto acquisirne i diritti di traduzione in inglese per pubblicarlo sul mercato anglosassone.
“Sindrome” è il seguito de “Il mentore”. Originariamente il primo libro era stato concepito come uno standalone. È stato il contratto con AmazonCrossing a suggerirmi che forse il detective Eric Shaw meritasse che il resto della sua storia venisse narrata. Considerando poi gli ottimi risultati che il libro ha avuto in inglese credo che sia stata un’ottima scelta.
Si tratta del secondo libro di una trilogia (appunto, la trilogia del detective Eric Shaw) ambientata tra il 2014 e il 2017 (anno in cui uscirà il libro finale, “Oltre il limite”) a Londra. Eric è il detective ispettore capo che dirige una delle squadre della sezione scientifica di Scotland Yard e nel primo libro, durante le indagini su un serial killer, scopre che il colpevole è una persona cui lui tiene parecchio (non dico chi è per evitare lo spoiler!). Nel secondo libro Eric deve fare i conti con questa consapevolezza e nel frattempo seguire due casi: uno riguarda una serie di omicidi che hanno come vittime degli spacciatori collegati a un famoso evaso e l’altra ha a che fare con una donna affetta da sindrome di Münchausen per procura (uno dei motivi del titolo). Si tratta di una malattia mentale che porta le persone a causare la malattia di quelle cui badano (in genere madri con i propri figli), fin talvolta a provocarne la morte, e tutto ciò nasce da un desiderio di attirare la compassione di chi sta loro intorno.
“Sindrome” è solo parzialmente un thriller procedurale, nel senso che tutta la parte relativa alle procedure di polizia e di scienza forense funge solo da contesto alla trama principale che verte sul rapporto malato tra Eric, il mentore, e la serial killer, cioè la sua “allieva”. Alla base di tutto c’è un argomento che ritorna in tutti i miei libri (e anche per questo mi ritrovo a scrivere dei romanzi in generi e sottogeneri diversi, proprio per esplorarlo in differenti contesti): la soggettività nel definire il bene e il male. Ognuno di noi stabilisce una scala di valori basata sulla propria educazione, sulle proprie opinioni che dipendono dalle nostre esperienze di vita. E così ciò che per qualcuno è considerato “bene” potrebbe essere “male” per altri, e viceversa. In questo contesto non stupisce come persona che ha subito un’esperienza fortemente traumatica in giovane età (come l’allieva di Eric, ma anche lui ha avuto la sua buona dose di traumi) possa dare un significato molto personale a questi concetti. La sfida, da parte mia, è mostrare al lettore questo suo punto di vista, farglielo comprendere tanto da riuscire a farlo immedesimare nel personaggio finché non si ritrova a tifare per lui/lei.
Stiamo parlando di antieroi e non ho mai negato che nel crearli spesso mi ispiro a quello che considero l’antieroe per eccellenza della narrativa mondiale: Hannibal Lecter. Non a caso Thomas Harris è il mio autore preferito.
Non arriverò mai ai suoi livelli, anche perché spero io stessa non essere mai in grado di creare tanta cattiveria in un libro come Harris ha fatto nel bellissimo “Hannibal” (il mio libro preferito), ma è comunque un riferimento molto importante cui la mia mente torna spesso nel creare l’antieroe di turno.
Per il resto, ammetto che la scienza forense mi affascina. Ed ecco che spunta fuori il mio background scientifico. Prima di pubblicare “Il mentore” ho seguito un corso online di criminologia tenuto dall’università di Leicester proprio perché volevo approfondire l’argomento, oltre ciò che avevo imparato seguendo le serie del franchise di CSI (di cui sono fan!) o leggendo i libri di Patricia Cornwell (che mi accompagnano da quando sono adolescente). E così ho deciso di scrivere dei romanzi in questo contesto perché mi ci trovavo a mio agio. È chiaro che non pretendo assolutamente di dare un’immagine veritiera di come funzionano le procedure della Polizia Metropolitana londinese. La realtà in questo caso sarebbe fin troppo noiosa. Ho preso spunto da elementi reali e poi mi sono presa una marea di licenze creando una Londra e una Scotland Yard vicina all’immaginario collettivo di chi non è britannico, ma consapevolmente abbastanza lontana dalla realtà. D’altronde si tratta pur sempre di finzione!

Quale sarà il futuro dell’autopubblicazione?

Preferisco parlare di autoeditoria, traduzione di self-publishing, e non di autopubblicazione, che si riferisce al mero atto di premere il tasto “pubblica” e può essere applicata a qualsiasi forma di pubblicazione autonoma, inclusi i post su Facebook e i tweet.
L’autoeditoria è stata sicuramente un evento dirompente nel panorama editoriale. Non è affatto qualcosa di nuovo, poiché esisteva ben prima che nascesse l’editoria tradizionale. La differenza l’ha fatta la sua versione digitale, che può essere messa in pratica utilizzando strumenti gratuiti alla portata di tutti (cosa che con la sola carta non era possibile).
Per quanto l’editoria tradizionale cerchi quasi di negare l’esistenza stessa di questo formato editoriale, il fatto è che sta subendo le conseguenze del suo sviluppo e che una parte di essa tenta di correre ai ripari, talvolta in maniera maldestra (vedi certi grossi editori che offrono servizi editoriali carissimi ai self-publisher, che vengono considerati dei semplici polli da spennare). Però ultimamente, soprattutto al di là dell’oceano, ma non solo, stanno nascendo delle collaborazioni sane tra editoria tradizionale e autoeditoria, che a lungo andare, a mio parere, promuoveranno una parziale convergenza tra questi due approcci. Da una parte gli editori tradizionali si troveranno costretti a instaurare collaborazioni alla pari con i self-publisher, che, essendo diventati sempre più esperti del mercato, reclameranno il giusto rispetto. Dall’altra gli stessi self-publisher stanno spesso trasformando la loro attività quasi fai-da-te in una vera e propria azienda, che ha come unica differenza rispetto a una qualsiasi casa editrice il fatto che conta un unico autore.
In questo panorama chi si saprà adeguare al cambiamento prospererà, chi non ne sarà in grado fallirà. Di certo ciò produrrà una sempre maggiore varietà nei prodotti editoriali, maggiore qualità e prezzi migliori, tutto a vantaggio del lettore.

Grazie della tua disponibilità e a presto, Shanmei

Grazie a te! :)

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